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La Grande Guerra 1914–1918. Stato onnipotente e catastrofe della civiltà

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Questo testo intende documentare come l’accrescimento dei poteri politici sia all’origine della conflittualità che portò al disastro: una “guerra totale”, inevitabile conseguenza della costruzione dello “Stato totale”.

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Description

Autore: Beniamino Di Martino
ISBN 978-1946374073
22.9 x 15.2 cm, 280 pagine
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La Prima Guerra Mondiale «fu il risultato di una lotta lunga ed aspra contro lo spirito liberale e l’inizio di un’epoca di contestazione ancor più aspra dei principi liberali». Questo pensiero di Ludwig von Mises consente di rendere subito chiara una spiegazione delle cause remote e prossime della Grande Guerra, spiegazione molto differente da quelle più comuni. Questo testo intende documentare come l’accrescimento dei poteri politici sia all’origine della conflittualità che portò al disastro: una “guerra totale”, inevitabile conseguenza della costruzione dello “Stato totale”.

Con questo suo nuovo libro, Di Martino ci dona una lettura inedita della Grande Guerra, che appare come un grande conflitto tra un liberalismo ottocentesco che non pervenne mai a reale maturazione, e le nuove forze liberticide e centralistiche che terranno per oltre mezzo secolo in pugno l’Europa e il mondo, e la cui presenza è ancora purtroppo molto viva all’inizio del terzo millennio.
Paolo L. Bernardini (Accademia dei Lincei – Università dell’Insubria)

Dopo i riconoscimenti ricevuti per il libro Rivoluzione del 1789, Di Martino ha confermato le sue notevoli doti di storico pubblicando uno studio su un altro avvenimento decisivo della storia contemporanea: la Prima Guerra Mondiale.
Guglielmo Piombini (saggista ed editore)

Reviews

  1. monolateral

    Il centenario della Grande Guerra ha visto la pubblicazione di una cospicua quantità di studi sull’argomento, ma il saggio di Di Martino si caratterizza per l’interpretazione liberale, che è decisamente originale e innovativa. La prima guerra mondiale, da tutti considerata una vera e propria “catastrofe” e uno spartiacque nella storia dell’umanità, ha invece i suoi diretti antecedenti nella formazione dello stato “totale” moderno, le cui radici ideologiche sono da ritrovarsi nell’89 francese. In essa si trovano quei fermenti che ne fanno idealmente il luogo d’origine dei successivi fenomeni totalitari, per il fatto stesso che il processo di consolidamento statuale – corroborato dai “risorgimenti” nazionali ottocenteschi – aveva ormai raggiunto il suo culmine. Ciò avrebbe caratterizzato la Grande Guerra essenzialmente come una “guerra di stato”, vale a dire fondamentalmente “democratica” (in cui emerge il processo di statalizzazione e di massificazione dell’individuo), “ideologica” (finalizzata a modificare radicalmente lo status quo ed a “repubblicanizzare” l’Europa) e “totale” (che sancisce l’apoteosi dello stato e, alla fine del conflitto, una resa altrettanto “totale” del nemico).

    La lettura interpretativa proposta con grande finezza da Di Martino è quella della Scuola austriaca di economia, il cui metodo si radica nella centralità dell’individuo, vero protagonista di qualunque scelta sociale. L’individualismo metodologico – contrapponendosi al collettivismo metodologico – aveva sottolineato il passaggio decisivo, da parte dell’Occidente, dall’alveo della libertà a quello delle strettoie centralizzatrici dello stato. In tale contesto, si era attuata la vittoria dell’interventismo e del protezionismo, forme deleterie di nazionalismo, antitetiche al libero scambio e condannate con estrema fermezza da von Mises e dagli altri “austro-liberali” fino a Rothbard. Costoro condividevano appieno l’aforisma attribuito a Frédéric Bastiat, secondo il quale “se su un confine non passano le merci, attraverso di esso passeranno i cannoni” (pp. 63-64). L’efficacia della strada economica come strumento di mantenimento della pace tra i popoli era un concetto condiviso da tutti gli esponenti della Scuola austriaca: i liberal-marginalisti, infatti, avevano sempre sostenuto l’incompatibilità della guerra con il capitalismo, mostrandosi profondamente avversi all’interventismo in campo internazionale. Ciò naturalmente contrastava con l’interpretazione marxista-leninista dell’imperialismo come fase finale del capitalismo, interpretazione viziata dall’idea della coincidenza del sistema capitalistico con lo stato imperialista, come bene aveva sottolineato lo stesso von Mises, per il quale la guerra e l’economia di mercato erano assolutamente incompatibili. In sostanza, la tesi di Di Martino mette in discussione anche le interpretazioni standard della maggior parte dei manuali di storia, che attribuiscono al capitalismo, all’imprenditorialità in ascesa e all’espansione economica una delle principali cause del primo conflitto mondiale. In realtà, il legame tra sviluppo economico ed aggressività militare è frutto soltanto di responsabilità squisitamente politiche, nel momento in cui l’economia venga statalizzata, trasformandosi in strumento e in prolungamento della politica imperialistica degli stati. I ceti mercantili e borghesi, invece, – come sottolineava Élie Halévy – aspiravano alla pace, che solo l’economia e il libero scambio avrebbero potuto garantire, tesi, questa, condivisa per molti aspetti anche da storici di orientamento marxista come Hobsbawm.

    Del resto, come ricorda Di Martino, il pensiero liberale subì, alla fine dell’Ottocento, un vero e proprio ostracismo, aggredito sia dagli intellettuali nazionalisti (che lo consideravano promotore di una pace “insipida”), sia da quelli socialisti (che lo giudicavano “anarchico” e propendevano, invece, per una pianificazione economica scientifica e centralizzata). L’origine del pregiudizio anti-mercantile risaliva al pensiero fichtiano-hegeliano, ma non si esauriva in quello, perché anche sul fronte opposto la tendenza anti-individualistica contribuiva ad operare un rovesciamento epocale di quello che era stato il fondamento della civiltà occidentale, vale a dire il principio della libertà individuale e della proprietà privata. Di tale inversione di tendenza, tipica dell’epoca delle guerre della prima metà del novecento, avrebbero poi parlato sia von Mises, sia Hannah Arendt, secondo la quale proprio nell’odio per la borghesia erano da rintracciarsi le radici del successivo totalitarismo. Ma – ricorda Di Martino – anche il pensiero cattolico non fu esente dal pregiudizio anticapitalistico e anti-individualistico: si pensi all’enciclica Ad Beatissimi Apostolorum di Benedetto XV, in cui tutto il giudizio sul conflitto allora in corso si articolava sui famosi “quattro fattori”, che riprendevano la visione leninista dei rapporti di classe e delle mire capitalistiche che li fomentavano; oppure al giudizio di don Luigi Sturzo sulla guerra come esito della politica borghese. Insomma, sull’interpretazione cattolica e sulla cultura cattolica più in generale finiva per pesare la confusione tra liberalismo e rivoluzione, un fraintendimento che sarebbe pesato per molto tempo ancora sul pensiero liberale.

    Ma anche le conseguenze del conflitto – ad una lettura “liberale” – non fanno altro che accreditare l’interpretazione di un ulteriore accentramento dei poteri statuali tra le due guerre, un processo che non riguardò soltanto l’esperienza della collettivizzazione bolscevica, ma che finì per interessare tutte le società europee, che, in un modo o nell’altro, ritennero di poter risolvere i propri problemi e di poter gestire i rapporti internazionali con l’arroganza del totalitarismo.

    — GIULIANA IURLANO

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